Nascita e giovinezza

Estratto da « Samkarâcârya» (Capp. I, II, III, IV) del dr. T.M.P. Mahadevan - National Book Trust - New Delhi

Il secolo che vide la nascita di Samkara non fu dissimile dal nostro. L’India era, a quel tempo, divisa politicamente e turbata socialmente. L’odio generava odio e la pace era sacrificata sull’altare dell’egoismo e della cupidigia. C’erano coloro che si attenevano alla lettera delle scritture, non riuscendo a capirne lo spirito; c’erano nichilisti e iconoclasti, che erano pronti a distruggere tutto ciò che era sacro e antico. Il conflitto regnava tra le scuole filosofiche e l’ostilità dominava tra le diverse sette religiose. Sia i religiosi che i laici sembravano aver dimenticato l’insegnamento fondamentale dei Veda: che la Realtà è Una. Tanto i capi quanto i seguaci delle varie fedi usavano la religione come mezzo di sopraffazione anziché trovare in essa il conforto della vita.

Fu in un tale periodo di crisi e confusione che Sankara nacque. Egli dedicò l’intera sua breve vita terrena a rimarginare le ferite del cuore e della mente degli uomini e a indicare il cammino per la liberazione. Diagnosticando la malattia, che distruggeva gli organi vitali della società, nella separatività, Sankara prescrisse quale unico mezzo di guarigione la conoscenza dell’Unità, la filosofia upanishadica dello Spirito non-duale. Questo rimedio, potente in tutte le epoche, ebbe una speciale rilevanza nel periodo di Sankara, come lo ha per il nostro.

Fu come se Siva stesso scegliesse il luogo, la famiglia e il tempo della sua nascita. Kalati è un tranquillo villaggio sulle rive del fiume Cürna, nel Kerala, a circa sei miglia dalla città di Alwaye. L’antico manoscritto Sankara-vijaya di Anandagiri, disponibile nella Biblioteca Taraka Mutt a Benares, descrive Kalati come un bel villaggio, un ornamento al Kerala.
In esso viveva una pia coppia Nambütiri, Sivaguru e Ãrvâmbã. Fino ai tempi recenti sono stati i Nambutiri del Kerala a preservare meglio la cultura Vedica. Sivaguru fu mandato, all’età giusta, da un guru-kula. Completati gli studi, egli mostrò avversione al matrimonio e ad organizzarsi in una vita familiare; voleva, piuttosto, dedicare la sua vita allo studio intenso e alla pratica delle discipline spirituali. Ma, quando tornò a casa, i suoi genitori lo persuasero ad accettare la proposta di matrimonio. Aryamba fu scelta come moglie. Dopo la solenne cerimonia, la coppia devota dimorò come ideali capi di famiglia adempiendo i doveri prescritti dalla Scrittura e aiutando tutti coloro che avevano bisogno del loro aiuto.

Sivaguru e Aryamba erano stati favoriti dalla vita: possedevano virtù e ricchezza, cultura e umiltà, grande sincerità e altruismo. Ma, nonostante il passar degli anni, essi non venivano benedetti dalla nascita di un figlio. Un giorno Sivaguru espresse il suo rincrescimento ad Aryâmba. La pia donna consolò suo marito e gli disse: «Cerchiamo rifugio in Siva, che è l’albero della realizzazione del desiderio universale».

Entrambi si recarono nel vicino Siva-kshetra, ora chiamato Trichür, per celebrare ciò che è localmente conosciuto come bhajanam. La parola deriva da una radice che significa «servire, adorare». Coloro che celebrano il bhajanam a Trichür si trattengono in quel luogo per un certo numero di giorni o mesi, si bagnano giornalmente nel fiume sacro, visitano il tempio e adorano il Signore Siva, per la realizzazione dei loro legittimi desideri. Il tempio è situato su un terrapieno, nel centro della città, chiamato Vrishachala «la Collina del Toro Sacro». Il nome più popolare della città è « Tirusiva-perur » che significa «la propizia grande dimora di Siva» e del quale «Trichur» è un’abbreviazione.