Upanishad

Le Upaniṣad rappresentano la parte finale dei Veda (Conoscenza o Scienza sacra), da ciò anche il nome Vedānta, cioè fine (anta nel senso di conclusione, compimento e scopo) dei Veda. Sono delle sintesi o, meglio, la base sostanziale dei Veda i quali hanno una più ampia portata. La parola Upaniṣad deriva da upa (vicino, presso) – niṣad (sedere, essere assiso) quindi “sedere vicino” al Maestro per ricevere l’insegnamento, un’istruzione.

In alcune Upaniṣad si dice al discepolo che gli è stata impartita una “Dottrina segreta” (rahasya = segreto, esoterico), per cui esse hanno preso anche questa denominazione, che poi vuol dire proporre l’insegnamento a coloro che sono qualificati e predisposti. Ciò è normale; anche nei Misteri Eleusini non a tutti veniva data l’iniziazione ai Grandi Misteri, quella concernente la Conoscenza suprema, e senza Platone non avremmo la continuità della Tradizione misterica. Anche Parmenide, Plotino e lo stesso Gesù, “non date le cose sante ai cani” 1, propongono la stessa condotta; più che di segretezza sarebbe appropriato parlare di “discrezione” 2. Śaṅkara (VIII secolo, codificatore dell’Advaita Vedānta) afferma che la conoscenza del Brahman è chiamata Upaniṣad anche perché porta il discepolo all’identità col Brahman (Introduzione alla Taittirīya Upaniṣad), vale a dire è Scienza sacra che “distrugge” l’avidyā, l’ignoranza che verte sulla realtà ultima.

Tutta la cultura, spirituale e filosofica posteriore, ha come punto di riferimento le Upaniṣad, in quanto Śruti: percezione diretta, audizione che i Ṛṣi hanno ricevuto come “Suono” divino; non è dunque Rivelazione come questo termine viene considerato nell’ambito religioso occidentale. Così, i darśana non hanno altro riferimento che i Veda e le Upaniṣad: dal Nyāya di Gautama al Vaiśeṣika di Kaṇāda, al Sāṅkhya di Kapila, alla Karma mīmāṁsā di Jaimini e all’Uttara mīmāṁsā attribuita al mitico Vyāsa, colui che ha codificato e ordinato i Veda stessi.

Nelle Upaniṣad si possono trovare la prospettiva dualistica, monistica, ritualistica e quella prettamente metafisica (non duale). Diciamo metafisica, dando a questo termine la connotazione di ciò che va oltre l’intera manifestazione formale e intelligibile, o ontologica, quale causa prima (archē) della manifestazione.

Con la ritualità vedica il Sacrificio (karman) diventa una vera scienza quale mezzo di realizzazione; tale ritualità, nelle sue varie forme, non solo non si contrappone all’aspetto filosofico (sentiero della conoscenza) ma la si pone come fattore essenziale per la liberazione integrale. Quando nelle Upaniṣad si parla che il Sacrificio porta al Brahmā (causa principale) significa che per andare al Brahman supremo (nirguṇa) occorre integrare il principio Brahmā; in altri termini per realizzare la verità suprema occorre integrare quella non suprema; se ciò non avviene si crea una dualità incolmabile. Nel Vedānta si parla di neti-neti (non questo non questo), poi di iti-iti (è questo è questo); prima cioè si nega ciò che non risponde alla Realtà ultima, poi si accetta e si integra tutto ciò che riguarda il principio universale, nei suoi vari domini, perché questo non è il nulla assoluto.

I due Brahman (saguṇa–nirguṇa) non sono scissi e contrapposti, sono un tutt’uno di cui l’uno costituisce la causa prima (aspetto ontologico), l’altro ne è il fondamento. Inoltre, le Upaniṣad, essendo un insegnamento completo e non unilaterale e parziale, si rivolgono alle persone secondo le loro qualificazioni (guṇa). Di qui i vari sentieri che vengono proposti: quello dello yoga, della ritualità, della bhakti, della conoscenza e persino quello della teurgia.

Nella Kaṭha Upaniṣad si può notare che il padre di Naciketas, Audḍalāki, era un ritualista che compiva il sacrificio viśvajit per conquistare il Cielo, cioè il mondo degli Dei o, anche il mondo di Brahmā; al figlio, Naciketas, Yama, a cui il padre l’aveva offerto, concede invece l’insegnamento del Brahman senza secondo, perché ritenuto qualificato per tale insegnamento.

È significativo che nel secondo adhyāya, terza valli, śloka 3, della stessa Upaniṣad, si legga:

«L’ātman deve essere prima realizzato [solo] come esistenza e poi nel suo vero essere [essenza]».
Di questi due [aspetti] quello che è stato realizzato prima come esistenza, si rivela favorevole per la Realtà assoluta».

Si veda la Praśna Upaniṣad: alcuni asceti che avevano realizzato, tramite la ritualità, il mondo di Brahmā, Pippalāda, conoscitore del Brahman supremo, li traghetta nel mondo del Brahman. Si veda Chāndogya Upaniṣad, ecc.

Si può concludere – perché non è questa la sede per approfondire tale problematica – che le Upaniṣad propongono un insegnamento integrale e omogeneo nella loro complessità dottrinale con un sottofondo unitario di scopo (realizzazione), di diversi sentieri che si integrano e di mezzi operativi coerenti fra loro.

Quando Śaṅkara sostiene, ponendosi esclusivamente dalla prospettiva advaita, che solo la conoscenza porta alla realtà suprema, non propone una sua congettura, lo dice la Śruti; ma nello stesso tempo, non si oppone al karman, al Sacrificio, ma lo pone nella sfera della realizzazione del “Cielo”, quindi del Brahmā qualificato, contrariamente ai Mīmāṁsaka e ai ritualisti in genere di quell’epoca, e si crede anche dell’oggi, i quali ponevano la ritualità come solo mezzo di liberazione integrale; in altri termini, mentre Śaṅkara, pur andando oltre, integrava il karman, i ritualisti escludevano la conoscenza del Brahman come mezzo risolutivo.

Ci si trova di fronte a due stati di coscienza diversi. La stessa cosa può dirsi del platonismo: una cosa è porsi esclusivamente dalla prospettiva dell’Uno-Bene e un’altra cosa è porsi dalla visione dell’Essere (Mondo delle Idee), per quanto tra loro non vi sia alcuna opposizione. Così in riguardo all’Uno e al Noûs (Plotino).
Si parla di Śaṅkara in quanto metafisico, perché si è posto sempre dalla prospettiva della costante, dell’immutabile, del non nato.

Secondo Platone, il vero filosofo è quello che va alla ricerca dell’immutabile:

«Dal momento che i filosofi sono coloro che hanno la capacità di attingere alle realtà che sono sempre nello stesso modo e identiche a sé, mentre quelli che non hanno questa capacità vanno errando tra le molte realtà che sono in molti modi e per questo non sono filosofi…» 3.

Il filosofo dunque ha sempre l’immutabile e l’acausale come riferimento.

«Innanzitutto un punto fermo che noi assumeremo riguardo alla natura dei filosofi è che essi ogni volta dovranno prediligere la scienza relativa che sempre è e non muta mai nel senso della generazione e corruzione 4».


  1. Matteo VII
  2. Si veda a tale proposito, Plotino, Enneadi con Antologia plotiniana, VI.9–11. Giuseppe Faggin, Edizioni Āśram Vidyā, Roma.
  3. Platone, Politeia VI, 484 A, in Tutti gli scritti, a cura di G. Reale. Bompiani, Milano, 2000.
  4. Ibid. VI.485 B. In riferimento alla conoscenza, vedi anche Cratilo, 439–440.

 

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