Si potrà dare un semplice cenno indicativo di qualche Upaniṣad.
Nella Bṛhadāraṇyaka si espone la celebre frase:
“Ahaṁ Brahmāsmi”: Io, quale essenza immortale, sono Brahman;
proponendo l’identità tra ciò che è reale in noi e la Realtà suprema, enunciando così il “principio d’identità” 1.
E se si pensa che Yājñavalkya, il principale espositore dell’Upaniṣad, ricevette, a sua volta, l’insegnamento da una catena di parecchi Maestri (si veda la fine dell’Upaniṣad) distanziati lungo il tempo, si avrà l’idea della lontananza in cui viene posto il problema della non dualità (advaita) e degli esistenti in divenire.
Nella Māṇḍūkya Upaniṣad si parla dei tre stati della manifestazione: formale (Virāṭ), universale (Hiraṇyagarbha) e ontologico-archetipale (Īśvara) e oltre al Quarto quale fondamento della totalità esistenziale.
Ontologico-archetipale (Īśvara) e oltre al Quarto quale fondamento della totalità esistenziale. Il Quarto, Turīya o “Quello”, viene indicato con termini negativi: “non è conoscenza né conoscente, non è agente, non è pensabile, non è descrivibile, non è non-duale, ecc.”. Sono espressioni che si incontrano in alcuni filosofi dell’Occidente: in Parmenide Frammento 8, cit.; in Plotino, Enneadi III.8.9–12 e Enneadi VI, e nella Scolastica. Ciò non significa che l’uno o l’altro abbiano attinto alle Upaniṣad, soprattutto queste due grandi Anime che hanno “contemplato” per via diretta l’intelligibile, e ciò si può anche dire di Platone in riguardo all’indicazione dell’Uno-Bene (Brahman nirguṇa), così come al Mondo delle Idee che risponde a Īśvara, il Signore supremo, in cui originano e si dissolvono tutte le cose 2.
Gran parte delle Upaniṣad sono state commentate da Śaṅkara, ma anche da Rāmānuja, da Mādhva, e da altri filosofi e mistici di grande valore dottrinario e speculativo. È il caso di soffermarsi su Śaṅkara perché potrebbe essere quel filosofo e metafisico confrontabile con i filosofi dell’Occidente. Ecco come si esprime S. Radhakrishnan:
“L’Advaita Vedānta di Śaṅkara è una dottrina di grande sottigliezza logica e arditezza speculativa. La sua austera intellettualità, la sua logica implacabile che procede senza tener conto delle aspettative e delle opinioni umane, la sua relativa libertà dai condizionamenti teologici, ne fanno un grande esempio di dottrina puramente filosofica. Thibaut, che non può certo essere tacciato di parzialità nei riguardi di Śaṅkara, parla della sua filosofia in questi termini:
“La dottrina sostenuta da Śaṅkara è, da un punto di vista puramente filosofico e indipendentemente da ogni considerazione teologica, la più importante e la più interessante mai apparsa in terra indiana; né quelle forme del Vedānta che divergono dalla concezione presentata da Śaṅkara né alcuna delle scuole non vedantiche possono essere paragonate per audacia, profondità e sottigliezza speculativa, al cosiddetto Vedānta ortodosso”.
La “teoria della conoscenza” di Śaṅkara viene spesso confrontata con quella di Kant e il Radhakrishnan dà dei raffronti in cui tanti punti concordano e altri si discostano.
Lo Jacob dice: «Dobbiamo ammettere che se l’impossibile compito di conciliare le diverse posizioni delle Upaniṣad e di ridurle ad un tutto armonico e coerente debba essere tentato, la filosofia di Śaṅkara è molto probabilmente l’unica che sia in grado di farlo» (Introduzione al Vedāntasāra) 3.