I culti sakta erano degenerati e la Madre Divina era stata trasformata, in più di un tempio, in una Dea assetata di sangue. Sankara riformò i sistemi di adorazione e riconvertì l’adirata divinità nella benevola Madre Cosmica quale Ella è.
Egli collocò lo Sri-cakra in molti templi, aumentandone così la potenza per il bene universale.
Di enorme importanza è la visita di Sankara a Kanchi, presieduto dalla Devi Kamakshi. La devozione indu considera Kanchi uno dei sette mokshapuri – luoghi in cui si tende al conseguimento della liberazione (moksha). Kanchi è ritenuto il più sacro Devikshetra; la Madre lo permea di invisibile e indefinibile etere. Quando Sankara visitò Kanchi e andò al tempio di Sri Kamakshi, egli ebbe il darsana della Devi nella bila (sotterraneo) del tempio, e per farLe manifestare il suo aspetto benevolo, consacrò lo Sri-cakra di fronte alla Sua immagine.
Oltre alle visite ai templi riservati ai culti più importanti, Sankara cantò, per facilitare i devoti, magnifici inni in lode della Divinità nelle sue varie manifestazioni. Tra questi, i più conosciuti sono lo Sivanandalahari, il Saundaryalahari, lo Hari-stuti e il Dakshinamurti-stotra. Circa duecentoventi inni sono stati attribuiti a Sankara, ma molti di essi, è stato dimostrato, non possono appartenergli, anche se alcune delle ragioni addotte sono lontane dal convincere. Si argomenta che Sankaracarya non avrebbe potuto essere il loro autore poiché gli inni alludono ai tormenti del samsara e lamentano, in un linguaggio patetico, le sofferenze della vecchiaia, la sfortuna familiare e simili. Ma la risposta ovvia è che non è necessario sperimentare il samsara per rendersi conto dei suoi mali. Sankara scrisse gli inni perché fossero cantati da noi del mondo, e per questo egli usò espressioni che noi avremmo usato. Né si può dire che fosse incompatibile da parte di Sankara, l’Advaitino, comporre inni dedicati al Dio Persona, perché l’Advaita non è anti-teismo o ateismo.
È possibile che qualcuno degli inni attribuiti a Sankara non sia stato composto da lui, tuttavia anche quelli incontestati dimostrano che Sankara cantò la lode di molti aspetti di Dio, così che il devoto potesse coglierne lo spirito di armonia, liberandosi dalla limitatezza e dal dogmatismo.
Fortunatamente, l’autenticità dei principali bhashya non è stata messa in dubbio da nessuno. Le Upanishad, la Bhagavad-Gita e il Brahma-sutra costituiscono i tre testi fondamentali del Vedanta. Circa dieci Upanishad sono considerate le principali; le due più lunghe sono la Brihadaranyaka e la Chandogya.
Sankara scrisse commenti sulle dieci Upanishad e, forse, su una o due oltre queste. Nel suo commento alla Bhagavad-Gita, egli dimostra che questo testo, non inferiore alle Upanishad, insegna il karma-samnyasa (rinuncia all’azione, cioè non identificazione con gli strumenti dell’azione) e non semplicemente sanga-tyaga (non attaccamento al frutto dell’azione, mentre si conserva il senso della causa). Nel suo Brahma-sütra-bhashya, Sankara cerca di dimostrare che Badarayana prospetta l’Advaita. Oltre i bhashya, Sankara scrisse molti manuali di Advaita. Alcuni di questi testi, molto conosciuti, sono: UpadeSasahasri, Atma-bodha, Sata-sloka e Vivekacudamani.
Imitando gli esempi del Maestro, i discepoli di Sankara ci hanno dato esposizioni dell’Advaita sotto forma di commenti alle sue opere e anche in una serie di trattati originali.
Per salvaguardare l’unità culturale dell’India basata sull’Advaita, e per tenere alto l’ideale della spiritualità, Sankara fondò ordini monastici e istituzioni che hanno resistito attraverso i secoli.