Mandukya Karika

di Gaudapada

III. Advaita Prakarana

Osservazioni introduttive
III‑1. L’aspirante, sottoponendosi a esercizi devozionali, vive sotto l’impressione del Brahman manifestato. (Però, pensa che) prima della creazione Brahman non era nato. Quindi, un tale aspirante non può non essere limitato nella sua visione.
III‑2. Ora io parlerò di Quello (Brahman) esente da limitazioni, non-nato e sempre nello stato di equilibrio (identico a se stesso), e ascoltate come, in nessun modo, nulla sia nato per quanto sembri esser nato.

L’analogia dello “Spazio nei Vasi”
III‑3. La spiegazione circa la nascita è questa: il Sé è considerato esistente, sotto forma di anime individuali, alla stregua dello spazio-etere esistente nelle brocche; quindi il Sé esiste nella forma delle cose composte proprio come lo spazio-etere esiste nelle brocche, ecc.
III‑4. Come l’etere confinato entro le brocche, ecc., si fonde completamente quando avviene la disintegrazione delle brocche, ecc., (nell’etere illimitato), così i jiva si fondono nell’atman.
III‑5. Come tutti gli spazi-etere racchiusi nelle varie brocche non si oscurano quando uno degli spazi-etere, così limitato, viene contaminato dalla polvere, dal fumo, ecc., così accade agli individui circa la felicità, ecc.
III‑6. Benché le forme, le azioni e i nomi differiscano qua e là, tuttavia non si produce alcuna differenza nello spazio-etere (che rimane unico). Così avviene in riguardo ai jiva.
III‑7. Come lo spazio-etere racchiuso nella brocca non è né una trasformazione né una parte dell’etere (universale), così il jiva non è né una trasformazione né una parte del Sé supremo.
III‑8. Come l’ignorante può pensare che l’etere venga oscurato dalla polvere, ecc., così anche il Sé sembra offuscarsi agli occhi del non conoscitore.
III‑9. Per ciò che riguarda la sua nascita, la sua morte, il suo andare e venire (trasmigrazione) o la sua esistenza in corpi multipli, l’atman non differisce in nulla dallo spazio-etere.

Maya e la tradizione della Rivelazione Vedica.
III‑10. Tutti gli aggregati (quali il corpo, i sensi, ecc.) sono prodotti, come nel sogno, dalla maya dell’atman. Nessuna argomentazione valida potrebbe dimostrare la loro realtà o la loro uguaglianza o superiorità.
III‑11. È stato chiarito, con l’esempio dello spazio-etere, che l’essere individuato con le (cinque) guaine, incominciando da quella fisica grossolana, ecc., ampiamente trattate nella Taittirya upanisad, non è altro che il Sé supremo.
III‑12. Con riferimento ai differenti contesti duali è dimostrato che l’etere che pervade la terra è identico a quello che pervade un qualsiasi organismo; è in questo modo che nel Madhu brahmana (capitolo della Brhadaranyaka upanisad) si descrive tale Brahman.
III‑13. Il fatto che l’identità del jiva con l’atman venga messa in evidenza (dalla sruti), mentre viene condannata la molteplicità, rimane di facile comprensione solo se si accetta questo punto di vista.
III‑14. La distinzione tra il jiva e l’atman, descritta (nei testi vedici) prima che (nelle Upanisad) si parlasse della creazione, va considerata solo in senso secondario e si riferisce ad un risultato futuro (cioè l’unità), perché nel senso primario tale distinzione è fuori posto.
III‑15. La creazione che – con l’aiuto degli esempi della terra, dell’oro, delle scintille, ecc. – è stata esposta in vari modi, viene semplicemente menzionata per generare l’idea (dell’unità), ma non vi è certamente alcuna molteplicità.
III‑16. Vi sono tre stadi (asrama) di vita (il quarto è quello del samnyasin) che corrispondono a (tre gradi di comprensione): inferiore, medio e superiore. Questa meditazione è raccomandata a coloro (che non sono ancora illuminati) per semplice compassione.

Advaita è Non-Contraddizione.
III‑17. I dualisti – attaccati alle loro investigazioni, che portano a certe conclusioni – sono in contraddizione. Ma questa visione (non-duale) non è in contraddizione con alcuno.
III‑18. Poiché la non-dualità è l’ultima verità, si può dire che la dualità sia un accidente della non-dualità. Ma i dualisti affermano la dualità in entrambi i casi (nell’assoluto e in ciò che chiamano relativo), perciò la posizione non dualista non si oppone a quella dualista.
III‑19. È per virtù di maya – con l’esclusione di ogni altra possibilità – che questo Non-nato (Brahman senza secondo) può differenziarsi. Se la differenziazione dovesse essere reale, allora l’immortale diverrebbe mortale.
III‑20. I dualisti affermano la nascita di ciò che è non-nato. Ma come può ciò che è non-nato e immortale divenire mortale?
III‑21. L’immortale non può divenire mortale, né il mortale divenire immortale perché non può aversi cambiamento di natura.
III‑22. Un uomo, il quale crede che un ente di natura immortale divenga mortale, come può sostenere ad un tempo che l’immortale, essendo prodotto (manifestato), conservi ancora la sua natura immortale?

La Creazione nella Sruti.
III‑23. I testi vedici parlano esplicitamente di nascita e di maya, ma solo ciò che è sostenuto dalla sruti e convalidato dalla ragione deve ritenersi corretto, e nient’altro.
III‑24. Poiché viene affermato: “Qui non vi è molteplicità”, “È in virtù di maya che Indra… “, “Il Sé senza esser nato appare multiplo”, ne consegue che Esso (atman) è nato per opera di maya.
III‑25. Con la confutazione (dell’adorazione) di sambhuti viene negata la nascita. Nel testo: “Chi lo produce?” viene esclusa ogni causa di nascita.
III‑26. Data la natura inafferrabile (del Brahman), il passo della sruti: “Questo Sé è ciò che è stato descritto come non questo, non questo” nega tutte le idee (dualiste) che cercano di descrivere (Brahman). Perciò l’atman è senza nascita e si autosvela.
III‑27. La nascita di un dato che già esiste può ragionevolmente essere possibile solo tramite la maya e non in senso reale. Chiunque crede che le cose nascano in senso reale, può riferirsi solo alla nascita di ciò che è già nato.
III‑28. Una non realtà non può nascere né come realtà né come maya; ad esempio, il figlio di una donna sterile non può nascere né in modo reale né tramite maya.

Manas nella Veglia, Sogno e Sonno Profondo – la Realizzazione della Non-Mente.
III‑29. Come nello stato di sogno la mente, tramite il movimento mayahico, presenta l’apparenza della dualità, così nello stato di veglia la mente, tramite lo stesso movimento mayahico, sembra produrre la dualità.
III‑30. Non vi è alcun dubbio che nel sogno la mente, per quanto una, appaia duale (soggetto-oggetto); così, nello stato di veglia, la mente, per quanto una, appare scissa.
III‑31. Questa molteplicità – compreso ciò che si muove e ciò che non si muove – percepita dalla mente, è sempre rappresentata dalla stessa mente perché la dualità non viene più percepita quando la mente cessa di operare.
III‑32. Quando la mente – come conseguenza della realizzazione della verità, che è il Sé – non pensa più, cessa di essere mente e, nell’assenza di cose da percepire, diviene non percipiente.
III‑33. La conoscenza non concettuale, che è senza nascita, non è diversa dal conoscibile. Brahman, eterno e non-nato, è allora l’unico oggetto di conoscenza; così, solo il non-nato conosce il non-nato.
III‑34. Si deve conoscere il comportamento che la mente adotta quando è pacificata, cioè quando è libera da ogni immaginazione ed è dotata di discriminazione. La condizione della mente nel sonno profondo è di tutt’altra natura e non può essere paragonata alla precedente.
III‑35. La mente si assopisce durante il sonno profondo, mentre ciò non avviene quando è stata pacificata. La mente (di un asparsin) diviene identica al Brahman, esente da paura e dotata della luce onnipervadente della conoscenza.
III‑36. Brahman è senza nascita, senza sonno e senza sogno, senza nome e senza forma, eternamente risplendente e onnisciente. Nessun’azione rituale può mai essere esercitata (in riferimento al Brahman).
III‑37. L’atman è libero da ogni espressione verbale e da ogni operazione mentale. Supremamente sereno, eterno splendore, divino assorbimento, immutabile e senza paura.
III‑38. Quando la mente cessa di operare non vi è più niente che possa essere accettato o rifiutato, per cui la conoscenza si risolve nell’atman senza nascita e senza cambiamento.

Lo Yoga del non-Contatto.
III‑39. Questo yoga, che viene denominato “asparsa” (senza alcun contatto), è difficile da comprendere per molti yogi perché essi, che sentono la paura laddove non esiste, ne hanno timore.
III‑40. Per tutti questi (che non seguono l’asparsa) la mancanza di timore, la distruzione dell’infelicità, il risveglio (del Sé) e la pace eterna dipendono solo dalla disciplina mentale.
III‑41. La mente può essere dominata da uno sforzo incessante come quello che sarebbe necessario per vuotare un oceano, goccia a goccia, con l’aiuto di un filo d’erba kusa.
III‑42. Sia che la mente rimanga dispersiva a causa degli oggetti di desiderio o di godimento, oppure che trovi la sua soddisfazione nel sonno, essa dev’essere riportata sotto controllo con l’impiego dei mezzi appropriati, perché lo stato di sonno è altrettanto nocivo quanto lo stato di desiderio.
III‑43. Si deve distogliere il pensiero dal godimento che proviene dal desiderio, ricordando costantemente che ogni piacere è accompagnato da sofferenza. Consapevoli in ogni istante del non-nato, il nato (cioè la molteplicità) cesserà di essere percepito.

La Realizzazione della Citta Immobile.
III‑44. Si deve risvegliare la mente che si trova nello stato di sonno profondo, si deve riportare alla tranquillità la mente distratta, si deve riconoscere che (nello stato intermedio) la mente contiene in se stessa virtualmente dei desideri. Non si deve disturbare, però, la mente armonica.
III‑45. Non si deve godere felicità in quello stato ma, per mezzo della pratica della discriminazione, si deve raggiungere il distacco. Quando la mente, che dimora in una condizione di stabilità (armonia), è impulsata ad uscire (da simile condizione) si deve riportarla in sé stessa.
III‑46. Quando la mente non cade nel sonno profondo perdendosi, quando non si disperde (tra gli oggetti), quando rimane senza moto e non proietta immagini sensorie, allora essa si risolve in Brahman.
III‑47. Questo (Brahman) riposa in se stesso, è estinzione di ogni sofferenza, è inesprimibile, è suprema beatitudine senza nascita, è identico al conoscibile non nato, è onnisciente.
III‑48. Nessun jiva è mai nato, perché non esiste alcuna causa che possa produrne la nascita. Questa è la suprema verità: nessuna cosa è mai nata.