Le Upaniṣad quindi risentono di una cultura di tempi molto lontani e di conseguenza la tematica, per quanto filosofica, anzi metafisica, viene esposta in modo sintetico, poco discorsivo, meno dimostrativo; a volte una Upaniṣad consiste di poche pagine, come ad esempio la Īśa e la Māṇḍūkya, nelle quali si parla di aspetti ontologici e metafisici, di conoscenza suprema e non suprema, del Brahman come Realtà ultima e del mondo del divenire. In altri termini, si espongono problemi dell’Essere sovraintelligibile, del non essere quale divenire–saṃsāra, dell’ātman “scintilla” del Brahman e del destino dell’ente ante e post mortem.
L’Upaniṣad, dunque, non espone una dialettica discorsiva per dimostrare qualche tesi personale, ma dà un insegnamento che stimola alla riflessione, alla meditazione, alla contemplazione e alla consapevolezza di ciò che si è nell’attimo presente.
Comunque, si possono citare alcune kārikā di Gauḍapāda nel suo commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad:
«L’irreale non può avere l’irreale come causa, né il reale può avere come causa il reale, né il reale può avere come causa l’irreale, né [infine] l’irreale può avere come causa il reale 1».
«Una causa non nasce da un [effetto] che è senza inizio, né un effetto nasce automaticamente [da una causa senza inizio], perché una causa che non esiste [o che non ha causa] invero non esiste in quanto principio [causale] 2».
«I dualisti affermano la generazione dell’ente non nato ma invero, come può un ente non nato e immortale divenire mortale?».
«L’immortale non può divenire mortale, né parimenti il mortale divenire immortale, perché non può avvenire in alcun modo un cambiamento di Natura».
«Quegli il quale crede che un ente di natura immortale possa divenire mortale, come può [ad un tempo sostenere] che l’immortale, in quanto nato, conservi ancora la sua natura immortale? 3».
Gauḍapāda propone l’ajātivāda, cioè la non-nascita del Brahman assoluto; è la stessa cosa che espone Parmenide nel suo Sull’Ordinamento della Natura.
Il non nato non può avere né nascita, né causa, né trasformarsi in qualcosa d’altro per essere appunto altro da ciò che è.
Ciò che è nato, essendo movimento e tempo, non avendo in sé la sua ragion d’essere, deve rimandare ad altro la sua possibilità di essere, quindi ad altro che è di là dal tempo-movimento, cioè all’atemporale e al non mosso.
“Tutto ciò che si muove deve avere qualcosa verso la quale si muova; ma poiché Egli [l’Uno Bene] non ha nulla verso cui muoversi, noi non possiamo ammettere che Egli si muova… 4”
Quando Gauḍapāda parla della non-nascita vuole esprimere l’idea che una nascita reale dalla non-nascita può essere sostenuta solo in rapporto alla māyā, cioè in quanto semplice apparenza.
Per Gauḍapāda il reale è l’Assoluto che è e non diviene, è la Realtà suprema dietro a tutti i fenomeni, esso è aseita; se si prescinde da queste definizioni non si possono capire molte sue kārikā; ma, si può ben dire, anche le stesse Upaniṣad.
Quindi, il mondo sarebbe semplice apparenza dalla prospettiva metafisica del non nato, e reale in quanto rappresentazione del sensibile.
Tutto questo è un procedimento che presuppone una cultura, lungamente maturata, di ordine trascendente, o intelligibile.
Vale a dire che tale cultura era solo indirizzata a scoprire il Principio ultimo a cui bisogna riferirsi per poi uscire dall’impasse in cui l’ente umano si è posto.
Ma questa cultura c’era anche in Grecia, per non andare ancora all’indietro, prima con l’Orfismo, poi con il seguito della filosofia di Pitagora, Parmenide, Platone, dello stesso Aristotele, fino a Plotino e ancora oltre.
Una tale visione dà lo stimolo e l’indicazione di uscire dal mondo del divenire, cioè dal mondo dei nomi e delle forme, e porsi nell’intelligibile.
Ecco un passo significativo di Plotino, ma ciò può essere detto anche in riferimento a Parmenide, Platone, Śaṅkara e Gauḍapāda, ecc.:
“Se uno si vede già trasformato in Lui, egli possiede dunque in sé una immagine di Lui, e se da sé, che è copia, passa all’originale, ha toccato finalmente il termine del suo viaggio…”
“Questa è la vita degli Dei e degli uomini divini e beati: distacco dalle restanti cose di quaggiù, vita che non si compiace più delle cose terrene, fuga di solo a solo.”
E questa ultima frase è rimasta celebre:
“L’anima infatti non può mai arrivare al non essere assoluto […] non può essere in nulla, ma solo in se stessa, ma ‘essere in sé sola e non nell’essere’ vuol dire ‘in Lui’; e il contemplante diventa non essenza, ma ‘al di là dell’essenza’ poiché si unisce a Lui… 5”
E questo vale anche per la visione di quelle Upaniṣad in cui si prospetta l’advaita, la Non dualità, o l’Uno senza secondo.
“Quelle vie [della dialettica] se non erro, dovrebbero essere quelle che conducono là dove chi giunge troverà riposo del cammino e fine del viaggio 6”.
Queste grandi Anime dell’antica Grecia non hanno dato dei teoremi concettuali fini a se stessi, bensì hanno proposto insegnamenti che portano “alla fine del viaggio”. Ciò implica che il filosofare diviene fattore di catarsi (kátharsis) per l’ente che si dona alla “Divina Filosofia”.
Di qui l’unicità di insegnamenti e di scopo, ma con differenti impostazioni ed espressioni verbali.