4. Realizzazione dell’Ātman e Conoscenza del Brahman

Realizzare l'Ātman come esistenza ed essenza prelude alla conoscenza di Brahman

Chi segue una Dottrina iniziatica, un’ascesi filosofica, un sentiero prettamente spirituale, occorre che abbia alcuni riconoscimenti se vuole proseguire la Via (ὁδός, e mārga in sanscrito), e cioè:

  1. l’intento che ha per ricercare
  2. lo scopo della ricerca
  3. lo strumento operativo idoneo che consente un giusto cercare

Questi fattori possono essere tutti al livello inconscio del ricercatore, essendo in definitiva un tutt’uno.
Ai tempi di Platone, tanto per dare un esempio, l’intento del sofista era quello di ottenere certi effetti sugli altri, quindi il fine era quello di diventare esperti nell’oratoria, capaci di confutare gli argomenti altrui, fare bella figura nel foro con discorsi convincenti e accattivanti, ecc.

Lo strumento utilizzato era la mente empirica capace di dire tutto e il contrario di tutto.

Questa visione rientra esclusivamente nel campo, diremmo oggi, psicologico per ottenere frutti nella sfera del sensibile. La tecnica del sofista Protagora appartiene all’antilogia, capacità cioè di proporre argomenti a favore e a sfavore di ogni problema, e ciò per poter rendere più efficace l’argomento meno persuasivo.

Si può dire che [l’antilogia sofistica] è un’abilità, una tecnica mentale, come un ciabattino è abile a fare belle scarpe.

In una civiltà in decadenza, in linea generale, trionfano i sofisti perché si perde il punto di riferimento metafisico.

Invece, l’intento di Platone era di ordine opposto: filosofare su quale poteva essere la Realtà ultima; e la sua vita, quale scopo, tendeva ad offrirsi esclusivamente alla ricerca di tale Realtà, con tutto ciò che essa poteva comportare.
Lo strumento operativo, in questo caso, non poteva più essere la mente empirica, dialogica, ma l’intelletto puro, l’epistème noētikē, quale scienza per comprendere l’Essere 1.

Se ci rivolgiamo a Plotino, nel suo excursus filosofico notiamo lo stesso atteggiamento di Platone, anche se in modo più diretto, fino a pervenire all’estasi (samādhi per il Vedānta), quale atto conclusivo di unità con l’Assoluto, l’Uno metafisico, che è di là dal pensiero e dallo stesso Essere (to on).
Non parliamo poi di Parmenide e dello stesso Eraclito con la loro perentorietà e univocità:

“Svaghi di bambini sono le credenze degli uomini.” (Eraclito, Frammento 63)

Per Eraclito non si va oltre, né si deve andare oltre.

E così in Parmenide:

“[Ne consegue che] rimane solo un discorso della Via (hodós) che è.
Su questa via ci sono segni rivelatori che l’Essere è non nato, incorruttibile, intero nel suo insieme, immobile e senza fine 2”.

Che cosa occorre dire di più? Rimane solo questa via e non altre.

In riguardo alle Upaniṣad notiamo le stesse cose:
– l’intento è ricercare la Realtà ultima (si veda, per es., la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, la Māṇḍūkya Upaniṣad, ecc.);
– il fine è quello di volgere l’attenzione al raggiungimento della realizzazione di tale Realtà;
– e il mezzo è il samādhi (contemplazione) quale modo diretto per ottenere l’unità col Brahman supremo.

Si dice quanto sopra perché se la filosofia non ha uno scopo di validità e utilità, per l’ente umano rimane un accumulo di concetti privi di funzione operativa e di valore, allontana molti ricercatori perché la trovano inutile.

Per le Upaniṣad il fine è stato, diremo, radicale, esclusivo, per cui la mente empirica (manas) rimane solo un passaggio preliminare e spesso non necessario.


  1. Platone, Politeia V, 477 B, Op. cit.
  2. Parmenide, Frammento 8, 1–4, Op. cit.