Si può considerare la filosofia anche da una prospettiva trascendentale, profonda, radicale.
“Il saggio conoscitore di Brahman, avendo conosciuto Quello […] non tiene più in considerazione la moltitudine delle parole: infatti il suo organo vocale è come estenuato.”
Commenta Śaṅkara:
“Il saggio, dotato di intelligenza […] attenendosi all’istruzione […] concernente l’insegnamento […] in modo da portare a compimento la sua istanza di conoscenza, vale a dire avendo posto in atto i mezzi per [realizzare] la conoscenza […] non tiene più in considerazione la moltitudine delle parole… fn]Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, con il commento di Śaṅkara, IV.4.21. Edizioni Āśram Vidyā, Roma.[/fn]”
Una Upaniṣad, per quanto ponga il problema dell’Essere, del non essere (mondo dei fenomeni) e del destino dell’uomo, problemi filosofici e metafisici, volendo proporre soprattutto la realizzazione del suo contenuto filosofico più che dimostrazioni dianoetiche, può non essere considerata filosofia, ma ciò può avvenire se la si confronta con quella originata da un’altra cultura e vista dalla prospettiva di quest’ultima.
Si può persino dire che quella delle Upaniṣad è vera filosofia perché va direttamente al cuore del ricercatore per aiutarlo a stimolare la buddhi (nóesis) a comprendersi quale essenza immortale.
Gauḍapāda e Śaṅkara hanno avuto la stessa funzione di Parmenide, di Platone, di Plotino, per citare solo alcuni: si sono posti cioè in un atteggiamento dialettico opposto a quanti proponevano una visione parziale della Verità, stigmatizzando comportamenti dialettici non conformi alla realtà nirguṇa, quindi metafisica.
Si parla di Śaṅkara e Gauḍapāda (quest’ultimo è stato il paramaguru di Śaṅkara) in quanto, appartenendo a un’epoca lontana dalla nostra, si mette in risalto che già in quel tempo questi filosofi proponevano cose che si riferiscono all’intelligibile.
Naturalmente ci sono state altre grandi Anime di quell’epoca, e anche anteriori a loro, ma in questo contesto non è il caso di dilatare l’indagine.
Si può sostenere che verità esposte dalla filosofia occidentale provengono da quella orientale, e anche viceversa?
Da una prospettiva metafisica un simile problema non esiste, né può esistere.
Si può dire che la verità è una per cui cultori sia occidentali sia orientali possono benissimo essersi innalzati a quella verità non duale senza avere neanche contezza gli uni degli altri.
Plotino ha avuto esperienze a livello intelligibile 1 per cui ha “contemplato” verità che coincidono perfettamente (si trovano parole identiche) con quelle delle Upaniṣad, e ciò conforta la tesi che la verità è una mentre il rivestimento espressivo e formale dipende dalla cultura di quel determinato popolo ed epoca.
Ecco un passo emblematico di Plotino:
«Tu sei arrivato nel Tutto e non indugi più in una sua parte e non dici più di te stesso “come sono grande”, ma lasci da parte questa grandezza per diventare “Tutto”.
Eppure tu eri tutto anche prima, ma poiché ti sei aggiunto qualcosa d’altro oltre il Tutto, tu, proprio per questa aggiunta, sei diventato piccolo, poiché l’aggiunta non veniva dal Tutto – al quale non si può aggiungere nulla – bensì dal non-tutto.
Tu dunque aumenti te stesso quando getti le altre cose e il Tutto ti si fa presente […].
Egli però non è venuto per starti vicino, ma sei tu che te ne vai quando Egli non ti è presente.
E se tu te ne sei andato, non sei andato via da Lui – poiché Egli è sempre presente – e nemmeno sei andato altrove, ma, pur restando presente, ti sei voltato dall’altra parte 2».
«Eppure tu eri Tutto anche prima», il che significa che tu sei stato sempre quello (Tat tvam asi);
ma poiché ti sei aggiunto qualcosa d’altro oltre il Tutto, tu, proprio per questa aggiunta sei diventato piccolo, questa aggiunta all’ātman–noûs, nell’advaita, è espresso con il termine adhyāsa o adhyāropa, cioè si è aggiunto delle sovrapposizioni a quel “ciò che si è”.
«Tu dunque aumenti te stesso quando getti le altre cose e il Tutto si fa presente».
Per l’Advaita ugualmente, quando si è risolta quella aggiunta-sovrapposizione al vero Essere, si fa presente, o si svela da sé il Brahman, perché Quello è sempre presente nel cavo del proprio cuore.
«Egli non è venuto per starti vicino ma sei tu che te ne vai quando Egli non ti è presente».
Non è venuto per starti vicino perché non è questione di vicinanza (ciò implica dualità), poiché Dio è in noi stessi, e per quanto ci si possa allontanare da Quello, questo rimane sempre presente.
«… e nemmeno sei andato altrove… ma [semplicemente] ti sei voltato altrove», quindi ponendo lo sguardo all’oggetto esterno, hai “nascosto”, velato, il tuo essere reale.
La sādhana advaita consiste proprio in questo: siamo al limite non solo degli identici concetti, ma anche della prospettiva di sādhana e dello stesso fine ultimo dell’ente. Eliminando quelle sovrapposizioni, quelle aggiunte, di cui parla Śaṅkara, il Brahman si rende evidente perché Tat tvam asi: tu sei Quello.
Ciò può essere attuato seguendo quella Divina Filosofia, o Jñāna mārga (via della conoscenza) che porta alla fine del percorso. Comunque vi possono essere concordanze, a volte gli stessi concetti, ma con ciò non bisogna asserire che ci siano imitazioni o, addirittura, plagio.
Chi scrive, anche in queste Upaniṣad, ha dato delle concordanze che sono delle evidenze; ma una concordanza non significa voler prendere dall’altro una verità e farla propria, a meno che non si sia “contemplato”.
Tuttavia, si ripete, dalla prospettiva metafisica simili problemi non esistono; si può anche dire che non esistono neppure dalla sfera dell’Essere.
Bisogna scendere nella dimensione del sensibile per farli emergere, là dove nascono distinzioni, separazioni e affezioni.
Così, Schelling, nelle sue Lezioni sul metodo dello studio accademico, scrive:
“Da Pitagora a Platone la filosofia ha preso atto di essere una pianta straniera sul suolo greco, un sentire che si palesò nella direzione, ampiamente diffusa, che conduceva verso l’origine delle idee, cioè l’Oriente, verso coloro che erano stati iniziati a dottrine più elevate.”
In Schelling, come si può notare, vi è una valutazione, a nostro parere, esagerata.
Ma altrettanto esagerata per difetto in assoluto è la considerazione di Hegel quando afferma in modo troppo sbrigativo che:
“… in Oriente non può aversi conoscenza filosofica […], pertanto il pensiero orientale va escluso dalla storia della filosofia 3”.
Come si vede si hanno due tesi completamente contrapposte; in ogni modo, vi sono stati parecchi autori che, per quanto con alcuni distinguo, hanno accettato l’interrelazione che si è avuta tra la Grecia e l’Oriente.
Comunque, si può anche dire che la Verità, trascendendo il tempo e lo spazio, è eterna, per cui i Ṛṣi orientali e quelli occidentali (Egitto, Grecia, ecc.) non sono altro che umili trasmettitori di una Verità, intuita, “udita”, realizzata, che affonda nella notte dei tempi; di qui il sostenere che la Verità appartiene ad una Tradizione non umana perché proviene dalla sfera dell’intelligibile, o dal Principio unico universale, il quale è Verità delle verità.
In Oriente si parla di Sanātanadharma, sanātana = eterno, antico, primordiale, perenne; dharma = ordine cosmico sorretto dalla Verità-realtà (satya) immutabile (paramārtha).