7. Il fine ultimo delle Upanishad

Riflessione, meditazione, contemplazione per comprendersi e comprendere

Il fine dunque delle Upaniṣad è quello di offrire una filosofia che dia lo stimolo alla riflessione, alla meditazione, alla contemplazione per comprendersi e comprendere; ciò implica attuare un profondo rivolgimento del proprio pensiero per ritrovarsi ed essere ciò che si è. Platone ugualmente parla di rivolgimento, volgersi verso l’intelligibile (nepraywyn).

Tutto questo comporta l’uscire dal conflitto, dalle angosce, dalle tribolazioni in cui l’ente umano si è posto; conflitti che hanno una valenza filosofica la quale tende a risolvere la causa del problema.

Perché l’uomo soffre, perché è in conflitto con se stesso e con gli altri, perché cade in disarmonie tali da turbare il proprio equilibrio e quello degli altri, perché è in guerra con se stesso, con gli altri, e così via, fino a dimenticare di essere un ente intelligente?
Conoscere il perché delle cose è un problema filosofico. Le Upaniṣad hanno affrontato questo problema e hanno proposto una soluzione di ordine spirituale, ritualistico, filosofico-catartico, metafisico. L’ente è dotato di intelligenza, di volontà, di sentimenti, di intuizioni, ecc.; basterebbe semplicemente dire: è capace di intelligenza nelle sue varie possibilità di manifestazione (arte, letteratura, scienza, filosofia, religione, ecc.); se poi tale intelligenza è rivolta a rendere l’uomo conflittuale, aggressivo e a creare mezzi di distruzione, la colpa non è di una Divinità malvagia proiettata dalla mente dell’individuo, ma è dell’individuo stesso che si pone in condizione alienata trascurando di conoscere la propria Essenza; Conoscenza che risolve ogni problema conflittuale. Ciò comporta attuare quella “conversione” di cui si è già parlato, e questa può essere favorita, come si è visto in precedenza, da quella “divina filosofia” di cui parlano Platone 1 e le stesse Upaniṣad.


  1. Fedro, 239 b. Op. cit.