Era un giovane, di nome Vishnusarma, giunto a Kashi poco prima, proveniente da Choladesa. Il nome di samnyasa datogli da Sankara fu Sanandana. Presto altri discepoli si unirono al Maestro, ma essi non ritenevano Sanandana meritevole della predilezione di Sankara. Il Maestro volle mostrarne loro il valore: un giorno, mentre stava facendo il bagno nel fiume Gange con questi discepoli, vide Sanandana sull’altra riva con il cambio delle sue vesti e lo chiamò chiedendogli di andare da lui. Sanandana, senza prendersi pensiero, cominciò ad attraversare il fiume; e ad ogni passo che faceva sulle acque, un loto spuntava per sostenerlo. Da allora, egli venne chiamato Padmapada.
Possono essere qui citate altre due persone che divennero discepoli di Sankara. Un certo Prabhakara gli condusse il figlio muto affinché potesse ottenere il potere della parola per grazia del Maestro. Quando Sankara pose al ragazzo la domanda «Chi sei?» questi immediatamente rispose dichiarando che egli era il Sé il quale non doveva essere confuso con i fattori costituenti l’organismo psico-fisico. In una serie di versi egli fece questa dichiarazione ed in ciascun verso egli affermò: «lo sono il Sé che è della natura dell’eterna Coscienza» (sa nityo-palabdhi-svarupohamatma). Il Maestro rimase molto compiaciuto; egli ammise il ragazzo al suo gregge, facendolo samnyasa e dandogli il nome di Hastamalaka, che significa «uno la cui conoscenza è chiara come un frutto di mirabolano messo sul palmo della propria mano». L’opera di Hastamalaka ha il pregio di possedere un commento scritto da Sankara stesso, lo Hastamalakiya-bhashya.
L’altra persona che divenne discepolo di Sankara all’incirca in questo periodo fu un certo Kalanatha. Egli avvicinò il Maestro e gli chiese di essere accettato come discepolo; cantò un inno in sua lode nel difficile ma bel metro totaka. Fu ordinato discepolo samnyāsin da Sankara e ricevette il nome di Totakacarya. Sankara, il guru, rappresenta tutto per lui perché il guru è colui che disperde le tenebre dell’ignoranza. La devozione del discepolo riempie il commovente ritornello di questa canzone: Sii Tu il mio rifugio, o Maestro Sankara! (bhava Samkara desika me saranam).
Possiamo ricordare un episodio capitato a Sankara durante la sua permanenza a Kashi. Un giorno, a Varanasi, egli stava camminando verso il Gange, accompagnato dai suoi discepoli. In lontananza, scorse un intoccabile venire verso di lui, seguito da quattro feroci cani. Rivolgendosi all’intoccabile, egli disse: «Allontanati, allontanati!». L’intoccabile chiese, in risposta: «Che cosa dovrebbe allontanarsi, e da che cosa? È il corpo fisico che dovrebbe allontanarsi oppure il Sé? Se fosse il corpo, tutti i corpi sono fatti della stessa sostanza, e perché dovrebbe un corpo allontanarsi da un altro corpo? Se fosse il Sé, come può allontanarsi e da che cosa, poiché esso è non-duale? È un corpo fatto di cibo da un altro corpo fatto di cibo, o è la coscienza dalla coscienza che, o migliore tra gli asceti, vuoi che si allontani, dicendo: “Allontanati, allontanati”? Dimmelo, ti prego!».
L’intoccabile passa, quindi, a spiegare la trascendente unità del Sé: «Nella realtà interiore che è l’oceano di naturale beatitudine e conoscenza, libero da onde, quale grande illusione di differenza è: “questo è un brahmana” e “quello è un mangiatore di carne di cane”! C’è differenza nel sole che è riflesso nelle acque del Gange e nei pantani delle strade dove vivono gli intoccabili, o nell’etere che è presente in un recipiente d’oro e in un vaso di fango?».