Sankara ascoltò le parole di saggezza e capì subito che si trattava del Signore Siva stesso che era venuto sotto l’apparenza di un chandala. In verità, si trattava di una depolarizzazione della stessa persona: la medesima Realtà che assume il doppio ruolo dell’insegnante e del discepolo. Ecco un’ardita dichiarazione di Sankara fatta nel Daksinamurti-stotra: «E’ l’identica Realtà che appare nelle diverse forme come “discepolo” e “istruttore”, “figlio” e “padre”». L’intoccabile e Sankara erano, ambedue, manifestazioni del supremo Siva.
Messo da parte il travestimento, apparve, al posto dell’intoccabile, Siva, il Signore dell’universo (Visvanatha); e i cani assunsero la loro forma originale, cioè quella dei quattro Veda.
Sankara offrì obbedienza al Signore ed espresse la grande verità: «Dal punto di vista del corpo, o Siva, io sono il Tuo servitore; dal punto di vista dell’anima, o Te dai tre occhi, io divento una parte di Te; e, dal punto di vista del Sé, io sono veramente Te: questa è la mia conclusione definitiva raggiunta con l’aiuto di tutti gli Sastra».
Il Signore Siva, profondamente compiaciuto, fece piovere le sue benedizioni su Sankara per il fortunato compimento della sua grande missione di ristabilire l’unità spirituale; poi scomparve nell’aformale donde aveva preso forma.
Come guidato dal Signore, che era venuto nelle vesti di un chandala, Sankara andò a Badarikasrama sull’Himalaya; incontrò il saggio Vyasa e ricevette le sue benedizioni. Fu qui che egli vide Gaudapãda, il suo paramaguru (l’istruttore del suo istruttore) e fu benedetto da lui. Poi, ritornò a Kashi e compose il bhashya, in modo ineccepibile.
Secondo la tradizione, Sankara scrisse il suo primo commento al Vishnu-sahasranama, quindi i suoi bhashya alla Prasthana-traya (la triplice scienza del Vedanta), cioè alle Upanishad, alla Bhagavad-Gita e al Brahma-sutra. Una volta, mentre stava esponendo il Brahma-sutra-bhashya, Vyasa apparve nella forma di un vecchio e chiese a Sankara di difendere il suo punto di vista dell’Advaita. Il dibattito fra i due continuò per quattro giorni. Padmapada aveva, alla fine, indovinato che si trattava di Vyãsa, l’autore del Brahma-sutra, che era venuto sotto un travestimento. Egli pregò Sankara e il vecchio di porre termine alla disputa perché, egli disse, non ci sarebbe stata pace se Sankara, un’incarnazione di Siva, e Vyãsa, un’incarnazione di Vishnu, disputavano fra loro. Essendo stata rivelata la sua identità, Vyasa benedisse Sankara, approvò il suo bhashya e gli concesse un prolungamento della vita da sedici a trentadue anni. Egli desiderava anche che Sankara viaggiasse da una estremità all’altra dell’India e diffondesse il principio del Vedanta tra la gente.
Un episodio, accaduto durante il soggiorno di Sankara a Kashi, riguarda la composizione del popolare inno Bhaja Govindam.
Sankara stava passeggiando lungo una via accompagnato dai suoi discepoli, quando udì un vecchio studioso recitare le regole di grammatica. Impietosito, gli si accostò e lo consiglio di non sciupare il suo tempo prezioso con la grammatica, ma di rivolgere la sua mente a Dio nel culto e nell’adorazione.
Fu in questa occasione che venne composto l’Inno a Govinda.
Oltre al ritornello della canzone che inizia con le parole «Bhaja Govindam», Sankara compose dodici versi; di conseguenza l’inno porta il titolo «Dvadasa-manjarika-stotra» (Un inno che è un bouquet di dodici fiori-versi). I discepoli che furono con il Maestro a quel tempo si crede vi abbiano aggiunto un verso ciascuno.