Mandana s’infuriò alla vista di un samnyasin e fece piovere parole offensive su di lui, dicendogli che non aveva alcun diritto di presenziare a una cerimonia che implicava un solenne rituale in onore dei mani defunti. Quale samnyasin, non abituato al rituale, non poteva essere presente in una casa dove si stava eseguendo un rito. Mandana Misra aveva ceduto all’ira a causa della sua avversione per il Vedanta e il samnyasa-asrama, per quanto conoscesse l’ingiunzione del Dharma-sastra secondo il quale chi prende parte a una cerimonia Sraddha non deve perdere la calma. Vyasa e Jaimini, che erano lì presenti, chiesero al loro ospite di desistere dalla sua collerica condotta e invitarono Sankara ad accettare ospitalità in occasione della cerimonia Sraddha. Mandana comprese il suo errore e invitò Sankara ad unirsi nel rito. Questi rispose che non era venuto per chiedere cibo, ma un dibattito con lui. Mandana accettò la richiesta e disse che esso avrebbe avuto inizio il giorno seguente. La scommessa era che, in caso di sconfitta, Mandana sarebbe diventato samnyãsin e seguace del Vedanta, ma, qualora fosse stato vinto Sankara, questi avrebbe dovuto, dopo la appropriata espiazione, indossare vesti bianche e diventare un seguace della scuola ritualista. Quale arbitro in questo importante dibattito fu nominata Sarasvati, la moglie di Mandana, famosa per la sua cultura. Il giorno seguente, all’inizio della disputa, Sarasvati fece indossare a ciascuno dei contendenti una ghirlanda di fiori e dichiarò che il possessore della ghirlanda che avesse cominciato per prima ad avvizzire sarebbe stato ritenuto sconfitto. Poi, ella tornò ad adempiere i suoi doveri domestici.
Il dibattito si accentrò sul significato dei Veda, Mandana cercò di difendere l’interpretazione della Mimansa, e Samkara il punto di vista dell’Advaita-Vedanta.
Il dibattito tra i due prosegui per molti giorni. Ogni giorno, quando Sarasvati li invitava a mangiare, ella diceva, rivolgendosi a suo marito: «Per favore alzati e mangia», e, all’Acarya: «Prego, prendete il vostro bhiksha (elemosina)». Mandana giorno per giorno stava perdendo terreno. Alla fine, la ghirlanda che portava incominciò ad appassire. Notando questo, Sarasvati si convinse che suo marito doveva reputarsi sconfitto e, secondo la scommessa, doveva diventare samnyasa. E così, quel giorno, ella si rivolse sia a Mandana che a Samkara nello stesso modo quando chiese loro di mangiare: «Per favore venite a ricevere il bhiksha». Riconoscendosi sconfitto e comprendendo la irrefutabile natura della verità dell’Advaita, Mandana Misra pregò Sankara di iniziarlo nel samnyasa e di accettarlo in qualità di discepolo. Sankara lo consacrò e gli dette il nome «Suresvara». Suresvara venne conosciuto più tardi come il Vartikakara per i Vartika scritti ai bhashya del Maestro, soprattutto alla Brihadaranyaka e Taittiriya Upanishad. Sarasvati seguì l’esempio del suo signore e si unì a coloro che stavano intorno a Sankara.
Un giorno, Sankara venne a sapere che la fine di sua madre era prossima e, ricordando la promessa fattale, ritornò a Kalati. La madre fu felice di rivederlo. Egli divenne il suo guru, istruendola nella spiritualità e preparandola alla morte che ella incontrò tranquillamente e con fiducia.
Parliamo, ora, della grandiosa opera di Sankara. Egli fece il giro dell’India più di una volta, probabilmente tre volte, e, ovunque andava, la gente si sentiva innalzata.