Il culto della Sakti è usato anche dall’Advaita, ma con questa differenza: esso mette in risalto l’aspetto Sakti dell’ultima realtà per scopi di sadhana (disciplina spirituale). Per i seguaci di questo culto, il Kashmir costituisce un centro molto importante; esso è la dimora di Kamesvari, la sposa di Kames-vara, il supremo Signore. Kalhana, nel suo Rajatarangini (composto nel 1148-1149 d.C.), allude a un tempio della dea Sharada nel Kashmir che era frequentato dai Gauda (popolazione del Bengala) durante il regno di Lalitaditya. M.A. Stein, che ha tradotto il Rajatarangini in inglese, situò il tempio in un luogo chiamato Shardi, nell’alta Valle Krishnaganga. Alludendo alla popolarità di questo tirtha, Alberuni dice: «Nel Kashmir interno, a circa due o tre giorni di viaggio dalla capitale, nella direzione del monte Bolor, c’è un idolo di legno chiamato Sharada che è molto venerato e visitato dai pellegrini». Nei tempi più recenti, dice Stein, è stato costruito un nuovo tempio della Dea, in luogo dell’antico, nei dintorni di Srinagar, per comodità dei fedeli.
Il racconto della visita di Sankara al tempio di Sharada è fatto nell’ultimo capitolo del Madhaviya Samkara-vijaya. Nel tempio, che era costruito come un mandapa con quattro archi di entrata, c’era il trono dell’onniscienza (sarvajnapitha), presieduto dalla Dea. Nessuno poteva ascendere a quel trono, se non era onnisciente lui stesso. Nel passato, studiosi provenienti dal Nord, Est e Ovest avevano tentato di ottenere l’accesso al tempio, ma nessuno si era avventurato dal Sud. Quando Sankara, che veniva dal Sud, udì questo, volle andare al tempio per affermare l’onnicomprensione e la supremazia della saggezza dell’Advaita. Appena giunto, egli s’imbatté in discepoli di differenti fedi che contestarono il suo diritto, o meglio il diritto dell’Advaita, al possesso della saggezza totale. Gli Atomisti del Vaiseshika, i Logici del Nyaya, i Dualisti del Samkhya, i Buddhisti e i seguaci del Giainismo – tutti, a turno, impegnarono Sankara nel dibattito filosofico. Non solo Sankara dette certamente prova della sua profonda conoscenza dei vari sistemi, ma fu capace di convincere i disputatori della superiorità dell’Advaita.
Gli ultimi a presentarsi furono i Purva-mimansaka i quali sostenevano che il valore dei Veda poggia sul Rituale. Nei loro confronti, Sankara dimostrò come i testi sacri potessero essere interpretati in termini Vedanta in modo armonico, e sostenne il diritto dell’Advaita. La porta del tempio di Sharada si aprì. Sankara non considerò il privilegio come qualcosa di personale; come l’autore del Madhavija-Samkara-vijaya dice in un capitolo precedente, Sankara vinse i disputanti delle varie correnti non per personale vantaggio o onore, poiché egli era completamente privo di egoità, ma per salvare la primitiva verità del Vedanta dai suoi diffamatori e travisatori.
C’è una tradizione secondo la quale l’Acarya compose il Saundarya-lahari nel Kashmir. Questo poema occupa il primo posto tra gli stotra attribuiti a Sankara. Nella cadenza di un centinaio di versi noi abbiamo un’autentica spiegazione della dottrina mistica dello Sri-cakra come una descrizione commovente dell’Immagine della Devi, che è la Bellezza personificata.
Nel delineare il Samaya-achara che è il modo Vaidika della disciplina Sakta, Sankara dice al devoto che lo scopo supremo dell’adorazione-Sakti è la realizzazione Advaita.
La visita di Sankara nel Kashmir e la sua vittoria spirituale sono commemorate in un tempio su una collina che portano entrambi il suo venerato nome.
Se il Kashmir, come il resto dell’India, poté preservare la sua cultura dai violenti contrasti durante lo scorso millennio, ciò fu non poco dovuto al lavoro di una vita intera di Sankara che servì a consolidare l’Induismo sulle salde fondamenta dell’Advaita.