Viaggi di vittoria

Estratto da « Samkarâcârya» (Capp. I, II, III, IV) del dr. T.M.P. Mahadevan - National Book Trust - New Delhi

Dovette superare anche ostacoli, ma fece ciò con dolce ragionevolezza e, soprattutto, basandosi sull’esperienza completa che aveva avuto. Quando false dottrine stavano sviando la maggior parte delle persone e l’ortodossia, per neutralizzare l’ateismo dell’eterodossia, non aveva niente di meglio da offrire che uno sterile e antiquato ritualismo, Sankara riconquistò i più alti gradi della filosofia upanishadica portando, per il bene dell’umanità, l’acqua di vita eterna.

Sankara venne non per distruggere, ma per edificare, e la filosofia che egli insegnò, l’Advaita, non dev’essere considerata una contrapposizione alle varie scuole di pensiero. Il paramaguru di Sankara, Gaudapada, aveva già insegnato che non poteva esserci nessun antagonismo tra l’Advaita e le filosofie dualistiche. Come non si può venire a contesa con le proprie membra, così l’Advaita non può avere alcun contrasto con i sistemi filosofici. Sankara, che riscoprì lo spirito della unità e della totalità e lo rivelò a un’epoca di tumulto e di discordia, cercò di porre fine alle scissioni e di rimettere le parti al loro posto nel contesto del Tutto. La sua missione consistette nell’affermare non solo la Non-dualità di Brahman (Brahmadvaita) ma anche la fondamentale non differenza degli altri «punti di vista» (darsanadvaita). In questo egli seguì soltanto l’insegnamento fondamentale dei Veda che proclamano la suprema verità: «La Realtà è Una», e immediatamente aggiungono: «Coloro che conoscono, parlano di ciò in vari modi».

Le scuole ortodossa ed eterodossa trassero ugualmente beneficio dalla critica costruttiva di Sankara. Per quanto partendo da punti di vista divergenti, la Mimansaka e la Bauddha erano diventate insoliti compagni di lotta nella difesa delle dottrine atee. Sankara dovette correggere l’unilateralità di entrambe, ma né l’una né l’altra soffrirono per la sua critica. Il Karma o rituale fu messo al suo giusto posto come un propedeutico al sentiero della conoscenza. La nobile dottrina dell’ahimsa posta in rilievo dal Buddha, e non sconosciuta ai Veda, fu resa una parte essenziale della filosofia indù del dharma, e il Buddha stesso venne ad essere considerato un avatara di Vishnu.

Come la filosofia, la religione trasse anch’essa vantaggio dagli insegnamenti di Sankara. Mentre egli cercava di rimuovere le sovrastrutture che si erano insinuate nelle fedi e nelle loro istituzioni — e per questo dovette rischiare la vita molte volte – egli volle preservarle nella loro genuinità additandole come modi diversi di accostarsi a Dio. La concezione di una Divinità personale non è la più alta, secondo Sankara, ma la devozione ad Isvara è un gradino necessario alla realizzazione Advaita. Da questo punto di vista, allora, non è il nome col quale Dio è chiamato che importa, ma la buona fede e l’intensità dell’adorazione offerta. Nell’Inno ad Hari Sankara dichiara: «Gloria ad Hari, il distruttore delle tenebre del samsara, la sola Realtà che, a causa della diversità degli intelletti, si manifesta in molti modi, come Brahmä, Vishnu, Rudra, Agni, Surya, Chandra, Indra, Vayu e Sacrificio». Il fondamento della religione è lo stesso, sebbene le sue manifestazioni siano varie. Sankara professò il puro universalismo spirituale; senza alcun senso di diversità, egli, nei suoi inni, ha reso omaggio a Dio nei suoi vari aspetti.

Dev’essere stato bello per gli Dei osservare il giovane parivrajaka (monaco errante), accompagnato da un gran numero di discepoli e seguaci, che andava di luogo in luogo per diffondere il vangelo dell’unità e della pace. L’itinerario del viaggio di Sankara da un capo all’altro del paese è differentemente riportato nei diversi Samkara-vijaya.