Sankara esortò i seguaci delle sette ad abbandonare la limitatezza e il fanatismo, a desistere dal segnare i loro corpi con simboli del culto e a volgersi a più elevati modi di adorazione e sistemi di vita.
Ci sono tre luoghi sacri connessi con l’adorazione di Siva: Tiruppudaimarudur, chiamato anche Putarjuna (nella regione di Tirunelveli), Tiruvidaimarudur, noto come Madhyarjuna (nella regione di Tanjavur) e Mallikarjuna a Sri-Sailam (Andhra Pradesh). A Tiruvidaimarudur avvenne un miracolo quando Sankara lo visitò. Il desiderio dell’Acarya era che il Mahalinga dichiarasse lui stesso, nel grande tempio del luogo, la verità dell’Advaita. In risposta alla preghiera di Sankara, il Signore Siva apparve come se uscisse dal Mahalinga, alzò la mano destra e proclamò: ‘satyam advaitam, satyam advaitam, satyam advaitam’. Coloro che furono presenti a questa manifestazione del Signore furono grandemente lieti e accettarono Sankara come loro Acarya.
Concluderemo questo capitolo con un resoconto della visita di Sankara nel Kashmir. Il pellegrino cinese Hsuan-tsange che visitò il Kashmir nel 631 d.C., rende questo entusiastico omaggio alla cultura di quel luogo: «Questo paese si è distinto da tempo remoto per la cultura, e i suoi sacerdoti sono tutti di alto valore religioso e notevoli virtù, quali grande talento e capacità di chiara esposizione della dottrina». Alludendo, evidentemente, alla naturale bellezza della valle e alla sua sacra atmosfera, un visitatore più recente, Abul Fazl, che era filosofo, amico e guida di Akbar, loda il paese come il luogo «degnamente adatto ad essere la gioia della persona amante del bello e la solitaria dimora dell’eremita».
Oltre all’Induismo in due delle sue forme, Saiva e Sakta, il Buddhismo si è propagato largamente nel Kashmir. Secondo il calcolo di Hsuan-tsang, c’erano ai suoi tempi più di cento monasteri buddhisti e cinquemila confratelli. Quanto ai templi hindu e alle istituzioni dei principali culti, ne esisteva un numero imprecisato. Il Kashmir costituiva una terra ospitale per lo sviluppo della religione e della filosofia, sia ortodosse che eterodosse.
La varietà kashmirica dello Shivaismo conosciuta come Pratyabhijna o Trika è un tipo di monismo o non-dualismo (advaita), poiché, secondo esso, Siva, l’ultima realtà, è il Sé di tutti gli esseri, e non c’è alcuna realtà oltre Lui. Siva è chiamato anuttara, la realtà oltre la quale non c’è più nulla; è pura coscienza, totale esperienza e Signore supremo. Da Lui l’universo nasce proprio come un’apparenza o un’immagine riflessa; ma questa apparenza è reale per lo Shivaismo del Kashmir, mentre per l‘Advaita-Vedanta l’universo-apparenza non è reale in assoluto. Sarà interessante notare che Sankara adotta alcuni termini-chiave dello Shivaismo kashmirico nel suo Inno a Dakshinamurti, per spiegare la verità dell’Advaita-Vedanta, proprio come il suo parama-guru Gaudapada aveva fatto uso della terminologia buddhista nei suoi Mandükya-karika con lo stesso scopo. Nel Dakshinamurti-stotra, l’universo è paragonato a una città vista in uno specchio come per magia; esso rappresenta una semplice proiezione, come quella fatta da un mago o da un grande yogi. Gli elementi costitutivi e i quattro elementi della natura che comprendono i vari aspetti del corpo e della mente sono un gioco di maya; l’anima è attratta nel flusso del samsara perché è ingannata dall’ignoranza, ma quando si risveglia e riconosce (pratyabhijnayate) la sua vera natura come Spirito non-duale, non esiste più alcun travaglio per essa. Così, in questo breve inno, Samkara spiega i punti essenziali dell’Advaita Vedanta con il linguaggio dello Shivaismo del Kashmir.