Nella sua breve introduzione, Shankara ci spiega il motivo per cui non possiamo raggiungere l’illuminazione. Questo accade perché è nella nostra natura confondere il reale con l’irreale, e quindi percepire un mondo di dualità popolato da molteplici conoscitori/agenti/soggetti e da cose da conoscere/da fare/oggetti. In particolare, confondiamo erroneamente l’Ātman eterno, cioè il nostro Sé più intimo che è il Testimone, privo di ruolo nella vita empirica, con un agente attivo. Tale confusione è innata in noi ed è una questione di esperienza comune che non necessita di prove. Essa è senza principio e senza fine nella sfera dell’universo empirico. Questa confusione, o sovrapposizione, rappresenta l’ignoranza fondamentale che dà origine a questo mondo di dualità. Il mondo di dualità, plasmato dall’avidyā, è definito come māyā, ossia illusione, poiché può essere percepito solo dopo che questa sovrapposizione di base si è verificata; e tutte le attività, sia secolari che vediche, rientrano nel campo dell’ignoranza in quanto devono presupporre l’esistenza di un agente distinto. Lo scopo dei testi Vedanta è evidenziare questa ignoranza, come essenzialmente derivante da una falsa nozione mentale, e rimuovere tutte le false nozioni mentali per rivelare la natura dell’Ātman. Una comprensione approfondita dell’adhyāsa bhāṣya è quindi fondamentale per comprendere i testi del Vedanta e, in particolare, i commentari di Shankara. È per questo motivo che questo testo è tenuto in così grande considerazione e merita di essere studiato da tutti gli studenti seri di Vedanta.
Hariḥ Om
Śrī Krṣṇārpaṇamastu