Adhyasa Bhashyam

Articolo sul Brahma Sutra Bhashyam di Sankara, tratto da advaita-vedanta.org

Le śāstra sono sempre vincolate al campo dell’avidyā.

śāstrīye tu āśritya pravartante

Shankara afferma che è veramente necessario avere qualche nozione di sé, come entità distinta da questa vita e dall’aldilà, per compiere le azioni karmiche.

(śātriye tu vyavahāre yadyapi buddhipūrva-kārī nāviditvā ātmanah paraloka-sambandham adhikriyate).
Tuttavia, una tale persona non ha ancora compreso il vero Sé che, secondo il Vedanta, è al di là della fame e della sete, al di là delle distinzioni di casta e delle nozioni di rinascita da una vita all’altra.

(tathāpi na vedāntavedyam, aśanāyādhyātitam, apetabrahma-kṣatrādibhedam, asamsāryātmatattvam adhikāre apekṣyate).
In effetti, la conoscenza ultima, secondo cui l’Ātman, non essendo un agente, è non solo una nozione inutile per chi è impegnato in azioni da compiere, ma è anzi diametralmente opposta a tali azioni!

(anupayogāt, adhikāravirōdhāt ca).

Pertanto, tutto il comportamento umano, sia esso secolare, vedico o basato su mezzi di conoscenza validi, rientra nel reame dell’avidyā. È inoltre chiaro che anche le śāstra, che enunciano prescrizioni e divieti, operano nel campo dell’ignoranza. Shankara afferma che: prima dell’avvento della conoscenza reale, tutte le śāstra non possono trascendere il campo dell’avidyā.

(prāk ca tathā bhūtātmavijñānāt pravartamānām śāstram avidyāvadviṣayattvam nātivartate).
Ad esempio, nella prescrizione “un brahmino deve offrire sacrificio”, la nozione di casta, di essere un agente, di trovarsi in uno specifico stadio della vita, ecc. devono prima essere sovrapposte al Sé immutabile ed eterno affinché tale enunciato abbia senso.

(tathā hi brāhmaṇo yajeta ityādi-ni śāstrāṇi ātmani varṇa-ashramayō’vasthhādi-viśeṣādhyāsam āśritya pravartante).

Questa sezione può risultare sconvolgente per coloro che hanno, per tutta la vita, fatto affidamento sulla pratica del japa, della pūja, dell’homa, o nel seguire prescrizioni come mezzo per ottenere la rivelazione. Al contrario, tali attività devono presupporre l’idea distinta “io sto facendo questo e quello”, il che le colloca nel dominio dell’ignoranza. Shankara spiega altrove che, quando tali azioni vengono compiute senza il desiderio di frutto, riconoscendo che non esiste un “agente” separato, esse favoriscono invece il desiderio della brahmavidyā, che avvicina l’aspirante alla realizzazione del messaggio del Vedanta.