Adhyasa Bhashyam

Articolo sul Brahma Sutra Bhashyam di Sankara, tratto da advaita-vedanta.org

Come viene definito l’adhyāsa?

“Aha ko’yam adhyāso nameti” … “ekah chandraha sat dwitīyavat iti”

Shankara procede ora a fornire varie definizioni accettate dalla tradizione e cerca di identificarne il tema sottostante:

In risposta alla domanda “Allora, cos’è l’adhyāsa (ko’yam adhyāso nameti)?”, Shankara risponde che essa è la natura di ciò che viene ricordato (smṛti rūpah), oppure l’impressione di ciò che è stato visto in passato (paratra pūrvadrṣṭāvabhāsa). Con ciò intende confermare che si tratta di una nozione mentale. Prosegue poi dando tre definizioni dalla tradizione:

i) Alcuni sostengono che si tratti semplicemente della sovrapposizione delle qualità di una cosa (anyadharma-adhyāsa) su un’altra (anyatra).

ii) Altri dicono che si tratti di una confusione della nostra facoltà di discriminare (tat vivekagrāha-nibandhano bhrama iti).

iii) Altri ancora affermano che si tratti della sovrapposizione di due cose e dei loro attributi, che sono di natura opposta (tasyaiva viparīta dharmatva-kalpanām achakṣate iti).

Shankara spiega quindi che il filo conduttore comune a tutte le definizioni è la confusione di una cosa e dei suoi attributi con un’altra (anyasya anyadharmāvabhāsātām na vyabhicārati). Infatti, è una questione di esperienza comune (tathā cha loke anubhavah), in cui tutti noi abbiamo confuso una cosa con un’altra. Vengono fatti due esempi: confondere l’argento con la madreperla (shuktikā hi rajatavat avabhāsate) e quando, a causa di un trucco della luce, una luna viene vista come se ne fossero due (ekah chandra sat-dvitīyavat iti).

In altre parole, la nostra ignoranza consiste nel confondere una cosa con un’altra, il che, nel contesto del Vedanta, equivale a confondere il mondo della dualità con il mondo reale, mentre il mondo reale è quello in cui non esiste alcuna dualità. Tale confusione è un’esperienza e, pertanto, la sua esistenza non necessita di essere provata o confutata. Sureshwarā lo afferma nel suo vārtikā:

Atah pramāṇato’shakyā’vidyā’syeti vīxitum

Kidr̥śī vā kuto vāsāvanubhutyeikarūpatah

(Sambandha Vārtikā 184)

Infatti, non si può mai conoscere l’ignoranza come appartenente a qualcuno, né determinarne la natura o concepire come possa pervenire ad esistere, poiché essa è essenzialmente la natura stessa dell’esperienza.

(Tra l’altro, questo afferma che, nella tradizione advaita di Shankara, è inutile cercare di stabilire la causa dell’avidyā, poiché, una volta riconosciuta e rimossa, si constata che non è mai esistita! Questo è il motivo per cui Shankara non si impegna in discussioni dettagliate su da dove derivi questa avidyā e a chi appartenga, dato che tali questioni diventano completamente irrilevanti una volta conosciuto l’ātman. I successivi seguaci di Shankara hanno preferito non lasciare la questione in sospeso, dando così luogo a teorie elaborate riguardanti la causa radice dell’avidyā e a varie discussioni sul luogo in cui essa risiede. Si può immaginare che, se tali discussioni fossero avvenute davanti a Shankara, egli le avrebbe liquidate con una frase del tipo “Si tratta di Brahman, non dell’avidyā! Non distrarti!”).